10 Storia del raffreddore e della sua cura

Storia del raffreddore e della sua cura

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È ben noto che il raffreddore è una rinofaringite acuta virale causata generalmente dal Rinovirus che coinvolge le prime vie aeree, segnatamente il naso e la gola, causando starnuti, produzione di muco dal naso, catarro, mal di gola, cefalea, sensazione di stanchezza. Si differenzia dall’influenza per mancanza di febbre e di brividi di freddo, ma talvolta le due affezioni coesistono, generalmente causate dallo stesso virus influenzale.

Questa malattia non grave, ma ricorrente in adulti e bambini, è nota sin dall’antichità, i suoi sintomi infatti sono descritti nel papiro di Erbers nel 16º secolo avanti Cristo, ma il suo nome compare nell’uso solo 30 da secoli più tardi, ossia in pieno medioevo, quando fu rilevata  la sua alta, se non esclusiva, frequenza nella stagione fredda. Tuttavia oltre la denominazione, a quell’epoca il quadro clinico era ancora vago e i rimedi quasi esilaranti. E’ rimasta famosa la storia del re di Spagna Pietro d’Aragona che “nel 1285 durante un viaggio  fu colto da un gran freddo accompagnato da febbre….. Fu chiamato il più famoso medico spagnolo dell’epoca Alberto Villanova che con altri medici esaminò l’urina dell’illustre infermo e concluse che si trattava di un raffreddore, quindi di malattia non pericolosa. Invece in pochi giorni il Re morì con grande scorno dei suoi medici compreso il Villanova”, che evidentemente avevano sbagliato la diagnosi!

Per secoli si credette che il raffreddore venisse dal cervello. Anche i medici arabi erano convinti di questa origine giacché consideravano che la lacrimazione fosse il segno evidente della compromissione delle tuniche cerebrali,  ossia delle meningi. Da queste convinzioni derivarono terapie con impacchi sulla fronte e sul cranio e solo nel 16º secolo si cominciarono a praticare instillazioni nel naso di sostanze disparate come il papavero, il sambuco, la malva e finanche l’olio d’oliva. Furono anche impiegate le sanguisughe. Solo alla fine del medioevo la responsabilità del raffreddore fu attribuita ai seni paranasali dove si formava il catarro che scendeva nelle narici e nella gola ed allora presero piede le terapie climatiche termali. Così “il Papa veneziano Clemente XIII, di gracile costituzione, dovette recarsi a Civitavecchia per respirare aria marina ritenuta conveniente  alla sua salute”. Ed in tanta ricerca della terapia confacente  non potevano mancare i miracoli, difatti “nel 1415 l’arcivescovo di Bologna Vincenzo Ferrario non riuscendo a predicare per la tanta tosse dei fedeli che risuonava nella Chiesa, disse ”quietatevi da tanto tossire”. Poiché all’istante le tossi cessarono si gridò al miracolo e l’arcivescovo divenne San Vincenzo!

Finalmente nel secondo dopoguerra, in Inghilterra nel 1956 fu scoperto il Rinovirus agente eziologico del raffreddore e  da quel momento la ricerca della terapia fu affrontata con i moderni mezzi della farmacologia. 

Gli inglesi che avevano scoperto il virus, qualche anno dopo proposero il gluconato di zinco nella profilassi e nella terapia del raffreddore. Allora  l’industria farmaceutica e la sua ricerca si lanciarono all’inseguimento della cura di quella malattia di frequente e così fastidiosa, con investimenti sensibili, laboratori dedicati e tanta pubblicità. Presto si capì che la cura etiologica era impossibile perché il virus era irraggiungibile, mentre invece i relativi sintomi potevano essere affrontati e, se non risolti, almeno mitigati.

Entrarono perciò in commercio prodotti vasocostrittori e decongestionanti per uso topico, ossia a gocce nasali o spray come la Rinoleina, la Riberina della Carlo Erba, il Cori cidin allora prodotto dalla Sharing, il Sinus ed anche , con diversa funzione, l’Aspirina antipiretico della Bayer, il vaccino Antireumocatarrale della Bruschetti, Il Vicks Vaporub unguento da spalmare su collo, dorso e petto con funzione revulsiva per attivare la circolazione locale e produrre i benefici effetti del calore.

1952-VICKS
1952-VICKS VAPORUB

Fu anche una esplosione della pubblicità  sui giornali, nelle farmacie e finanche sui muri delle città “negli anni del boom, della trasformazione sociale, economica e culturale, le icone pubblicitarie dei farmaci proposero una nuova immagine della salute…… con la possibilità di cure accessibili a fasce sempre più ampie della popolazione”. L’offerta, tramite la pubblicità, di farmaci alla portata di tutti, accelerò il processo di autonomia curativa individuale, al di là del rituale rapporto col medico e con le istituzioni sanitarie, favorendo una crescita culturale basata sul nuovo e più coraggioso processo di autostima.

Quei farmaci e quelle pubblicità si sono poi modificate nei decenni, ma sempre secondo la stessa linea che ha poi portato, anche attraverso i farmaci da banco  e le parafarmacie, ad un processo curativo “fai-da-te’” che, pur con qualche rischio, ha però prodotto  una crescita culturale emancipante.

La ricerca moderna ha prodotto farmaci nuovi, via via più complessi, ma non più efficaci perché il Rinovirus ed i suoi affini sono ancora inattaccabili ed ovviamente sono totalmente resistenti all’impiego di ogni tipo di antibiotici. La terapia attuale comprende analgesici ed antipiretici come paracetamolo, gli antistaminici di prima generazione per ridurre la rinorrea, i decongestionanti come la pseudoefedrina e gli spray nasali di vario genere dei quali si dice che “siano più utili al farmacista che li vende, che non al malato che li usa”.

In fondo dopo tanti millenni, contro questa antica malattia la medicina o meglio la scienza medica devono riconoscere la propria sostanziale impotenza e concludere che i due rimedi certi sono l’attenzione e la pazienza: la prima per evitare il contagio che avviene da persona ammalata a persona sana attraverso il respiro e la saliva e la seconda per sopportare i sintomi nella loro breve evoluzione verso la guarigione spontanea: ovviamente avendo cura di se stessi con il riposo e il calore, onde evitare che l’infezione con sovrapposizione di altri virus o batteri, scenda dalle alte vie aeree a quelle basse assumendo la forma ben più grave della polmonite.






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