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La musicoterapia – seconda parte

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Gentili lettrici e cari lettori, vi ho lasciato dopo avervi intrattenuto, spero piacevolmente, sugli aspetti storici e sulle caratteristiche principali della Musicoterapia.

Intendo ora addentrarmi in ambiti più pratici di questa tecnica terapeutica non farmacologica e illustrarvi sinteticamente alcuni aspetti tecnico-operativi riguardanti l’ambientazione più idonea, la dotazione strumentale necessaria e le modalità operative più adeguate al fine di rendere efficace il percorso curativo.

Per poter condurre a termine un processo musicoterapeutico utile e corretto è fondamentale conoscere a fondo i due elementi tecnici fondamentali: il luogo ove si intende operare, detto anche laboratorio musicoterapeutico, e lo strumentario da utilizzare.

Per quanto riguarda il primo, è necessario che sia convenientemente isolato dai suoni esterni, in quanto l’isolamento consente di lavorare nel modo migliore in un contesto che, solitamente e auspicabilmente, dovrebbe essere non verbale.

L’ambiente dove è previsto lo svolgimento della sessione deve essere areato e chiaro, di medie dimensioni. Se il locale è molto grande è più probabile la distrazione, si genera dispersione e perdita di nozione dello spazio, diminuiscono i punti di riferimento e il contatto con il musicoterapeuta può risultare difficile e non ottimale. Se, per converso, la sala è piccola, gli spostamenti e i movimenti risultano poco agevoli e il rapporto terapeutico può essere in qualche misura compromesso.

Si potrebbero indicare come adeguati i locali con una superficie di circa 30-40 mq, anche tenuto conto del fatto che un’eccessiva metratura potrebbe essere poco idonea alla diffusione del suono, creando problemi acustici che potrebbero causare la perdita d’intelligibilità del messaggio sonoro o renderla difficile.

La stanza ove è previsto si svolga la seduta dovrà essere priva di sporgenze e spigoli pericolosi; inoltre, non dovrà essere abbellita da decorazioni o quadri che potrebbero catturare l’attenzione del paziente e distrarlo. Le pareti è bene siano tinteggiate con colori chiari e delicati; i colori sgargianti devono essere evitati.

Tenendo conto, inoltre, dell’opportunità di lavorare senza scarpe per evitare di produrre rumori dovute alle calzature e della necessità di un ambiente che favorisca la trasmissione delle vibrazioni sonore, il pavimento dovrebbe essere di legno o di materiali tali da non generare rumori quando calpestati.

Per quanto riguarda la dotazione tecnica, un laboratorio di Musicoterapia deve possedere uno strumentario per la (ri)produzione musicale, per l’ascolto di brani musicali pre-registrati e per l’eventuale ripresa audio-visiva degli incontri.

La seduta di Musicoterapia può prevedere l’impiego di strumenti. In tal caso è necessario avere un armamentario sufficientemente nutrito e vario in grado di assicurare una scelta ampia per quanto riguarda le caratteristiche timbriche, la possibilità di variazione dinamica e le qualità di tono, melodia e armonia. Va data inoltre importanza alla scelta di strumenti che lascino terapeuti e pazienti liberi da preoccupazioni; sarà quindi opportuno orientarsi verso strumenti facili da usare e che non generino preoccupazioni di tipo igienico.

In generale, perché uno strumento musicale abbia un qualche interesse per la Musicoterapia, deve possedere le seguenti caratteristiche:

  • manegevolezza;
  • facilità di spostamento;
  • potenza sonora;
  • chiare possibilità sonore, strutture ritmiche e melodiche facilmente comprensibili.

Una famiglia di strumenti generalmente presente in gran numero e varietà è quella degli idiofoni, nei quali il suono viene prodotto direttamente dal materiale costitutivo: xilofoni, metallofoni, cimbali, legnetti, piatti, campane tubolari, maracas, triangoli, campanelli.

Anche gli strumenti membranofoni sono generalmente numerosi nei laboratori di Musicoterapia: si tratta di quegli strumenti il cui suono origina dalla vibrazione di membrane tese, ad esempio tamburi di ogni forma e dimensione, bonogos, congas, timbales.

I tamburi sono strumenti ideali soprattutto all’inizio del trattamento e sono di semplice impiego: chiunque può battervi sopra e ottenere un suono, anche senza avere alcuna conoscenza musicale.

Come tutti i membranofoni con cassa di risonanza, il tamburo tende a richiamare il battito cardiaco. Inoltre, se lo si suona stando in piedi, permette il movimento completo del corpo di chi suona.

Strumenti come i tamburi sono chiamati strumenti leader, perché riuniscono le caratteristiche principali richieste dalla Musicoterapia.

Un terzo gruppo di strumenti è quello dei cordofoni, il cui suono deriva dalla vibrazione di corde tese tra due punti fissi: chitarra, salterio, pianoforte.

Un ulteriore gruppo di strumenti è quello degli elettrofori, il cui nome deriva dall’impiego di energia elettrica nella generazione sonora; gli esempi più noti e diffusi sono la tastiera elettrica, il microfono e l’impianto di registrazione-riproduzione stereofonica.

Un ruolo musicoterapeutico passivo viene svolto dagli elementi “sonori” di cui è dotato l’ambiente stesso, come muri, vetri, scaffalature e termosifoni.

Nella pratica musicoterapeutica é fondamentale l’utilizzo del corpo, inteso come strumento musicale più completo sotto ogni profilo. Il corpo deve essere visto come parte integrante degli strumenti musicali poiché questi ultimi devono essere considerati come prolungamento ed emanazione del corpo umano.

Di tutti i fenomeni sonori del corpo umano, la voce e il canto sono i più profondi; essi sono strettamente connessi all’ISO (identità sonora) del musicoterapeuta e costituiscono il luogo per eccellenza di proiezione dei complessi non verbali del paziente nel corso della sua evoluzione.

Lo strumento musicale può essere utilizzato in uno dei sei seguenti modi.

  1. Come oggetto di sperimentazione; nelle prime sedute il paziente può avvicinarsi a uno strumento stimolato dalla curiosità verso qualcosa che non conosce, cercherà di prenderlo e di farlo suonare, sperimentando nuove sensazioni.
  2. Come oggetto di catarsi: le energie accumulate per l’ansia del primo incontro possono essere liberate attraverso ritmi semplici suonati con gli strumenti a percussioni; ciò provoca un effetto catartico.
  3. Come oggetto difensivo: il paziente, una volta scelto lo strumento, lo tiene per sé fino alla fine della seduta; è possibile talvolta osservare un atteggiamento rigido di tutto il corpo, come se lo strumento servisse per difendersi dalle pulsioni interne.
  4. Come oggetto integrato: in alcuni casi lo strumento utilizzato sembra adattarsi alle sinuosità del corpo del paziente, viene trattenuto, accarezzato; lo strumento e il corpo diventano così una sola unità indifferenziata.
  5. Come oggetto intermediario: lo strumento diviene un mezzo di comunicazione, che permette di agire terapeuticamente sul paziente, senza dar vita a stati di allarme più o meno intenso.
  6. Come oggetto complementare; alcuni strumenti, soprattutto quelli a percussione, divengono strumenti guida per altri strumenti.

Il musicoterapeuta deve porre molta attenzione perché lo strumentario va in qualche modo personalizzato in base alle caratteristiche del paziente, del luogo e delle finalità dell’attività, delle dimensioni e della fruibilità degli strumenti, sia nella fase osservativa, sia nel corso dell’intervento.

Molta cura deve essere posta nella preparazione dell’ambiente di lavoro e nella disposizione degli strumenti, perché ciò solleciterà e condizionerà movimenti correlati a esperienze musicali precedenti.

In Musicoterapia la metodologia, con le sue naturali differenziazioni e a seconda del contesto applicativo, è importantissima perché alcune procedure varranno in area psichiatrica e altre invece nell’area delle cure palliative.

Altri due elementi fondamentali per svolgere una seduta musicoterapeutica sono l’anamnesi e l’osservazione.

Per anamnesi si intende l’analisi della storia (remota e recente) sonoro-musicale del paziente e la raccolta di dati relativi alle tradizioni musicali del luogo d’origine del paziente e dei suoi famigliari e alle eventuali competenze musicali.

Utili sono anche le informazioni relative alle ninna-nanne ascoltate, a canzoni considerate piacevoli, a cori particolarmente apprezzati e a suoni associati a esperienze passate, ad attività svolte o a sport praticati.

Non vanno trascurati i suoni domestici, il rapporto con il silenzio o con la propria voce, i suoni naturali, senza trascurare le preferenze e le attitudini musicali o certe caratteristiche specifiche di ciascun soggetto da trattare, come il volume di ascolto gradito.

Si può facilmente comprendere come un’attenta anamnesi risulti particolarmente importante prima di intraprendente qualunque intervento e percorso musicoterapeutico.

L’anamnesi consentirà di individuare quei pazienti con specifiche competenze musicali e quelli che ascoltano come semplici fruitori dell’esperienza musicale. L’intervento terapeutico dovrà tener conto di tale aspetto ed essere opportunamente personalizzato e modulato.

Indipendentemente dall’impiego o meno di strumenti e poiché la Musicoterapia è una metodica che utilizza una forma comunicativa non verbale, è necessario da un lato avvalersi di protocolli d’osservazione che registrino parametri predeterminati dal terapeuta, dall’altro dotarsi di regole comportamentali fondamentali che un musicoterapeuta deve seguire nel corso della seduta.

C’è chi propone un’osservazione del paziente partecipe, chi invece ritiene che non debba esserci interazione; chi, ancora, prevede la compresenza di un osservatore a fianco del musicoterapeuta che conduce la seduta con funzioni di collaboratore. È comunque necessario che il conduttore della sessione si concentri intensamente sulla relazione con il paziente e con il suo vissuto.

Naturalmente vi è il rischio che ciò che l’osservatore vede non appartenga realmente al soggetto da trattare, ma rappresenti una percezione soggettiva che non corrisponde alla realtà. È un rischio che però viene inteso da molti esperti come una metodologia comunque costruttiva perché permette di studiare a fondo le condizioni nelle quali e per le quali la prestazione terapeutica fallisce e di riprogrammare le modalità a mezzo delle quali portare a termine in modo quanto più possibile efficace un compito teoricamente difficile.

L’osservazione è un momento fondamentale della pratica e può essere utile per percepire o vedere ciò che non si vede o che non è evidente.

Il metodo di osservazione può avvenire secondo una delle seguenti modalità principali, previa discussione e pianificazione del protocollo operativo con l’équipe musicoterapeutica curante:

  1. presenza attenta senza prendere appunti, ma solo osservando;
  2. stesura di un rapporto su ciò che è stato osservato.

I tempi dell’osservazione dovrebbero essere prestabiliti e pianificati caso per caso anche se, probabilmente, l’osservazione non può avere tempi prestabiliti perché obiettivi che si sono ritenuti raggiungibili e necessari da perseguire per la realizzazione del progetto possono, nel corso del trattamento, se non addirittura nel corso della stessa seduta, essere modificati.

Le schede di osservazione riguarderanno non solo i pazienti ma gli stessi musicoterapeuti; esse rappresentano una dotazione indispensabile per procedere proficuamente perché permettono di monitorare i risultati, positivi o negativi.

Laddove possibile, il lavoro di équipe è fondamentale e il musicoterapeuta deve partecipare e attivarsi in modo che, comunque, il suo lavoro si integri con tutti gli altri interventi secondo un criterio di multidisciplinarietà.

Un suggerimento per un buon progetto è quello di prevedere una fase preliminare, una fase operativa e una fase finale, previa individuazione dei diversi livelli di cura possibili e identificazione degli obiettivi raggiungibili per le varie aree di intervento.

  1. In fase preliminare si procederà alla costituzione dell’équipe musico- terapeutica, all’informativa circa la nuova esperienza, alla selezione e alla costituzione del gruppo di utenti con test reattivi sonori, alla dimostrazione delle tecniche e alla presentazione dell’équipe curante.
  2. In fase operativa si procederà con incontri programmati, in base al calendario degli incontri con gli utenti e con l’équipe: a questo livello si costituisce il setting che va inteso come la cornice all’interno della quale si dovrà svolgere la terapia, composta dalle regole di tempo e di luogo, dalla durata del trattamento e dai contatti con l’operatore.
  3. In fase finale, verranno valutati i risultati con strumenti idonei, come scale di performance, test e valutazioni cliniche, eventualmente supportate da mezzi audiovisivi e report.

In questa ultima fase la valutazione del miglioramento potrà riguardare:

  • la sintomatologia;
    • le relazioni;
    • le performance sociali;
    • l’autonomia personale;
    • la qualità della vita.

Vi sono varie aree da esplorare e sulle quali modulare i propri interventi, attingendo al grande repertorio delle scale di valutazione.

Grande è l’attenzione che deve essere dedicata alla stesura del report quale strumento, professionalmente corretto, che dovrebbe sempre essere stilato e inviato, alla fine dell’intervento musicoterapeutico, al medico, all’operatore o all’ente curante inviante. Se l’intervento si protrae nel tempo, è opportuno prevedere brevi rapporti periodici e un report conclusivo.

Un buon progetto di Musicoterapia ha un grande valore terapeutico perché, per le sue intrinseche caratteristiche di grande capacità comunicativa, sembra costituire un importante elemento facilitatore e attivatore di uno stato di benessere.

Un aspetto particolare della pratica musicoterapeutica è l’impossibilità di prevedere tutto e ciò richiede che il musicoterapeuta abbia particolare attitudine alla flessibilità comportamentale ed essere capace di improvvisare nel corso della seduta.

Se da un lato, quindi, si deve necessariamente immaginare, programmare e condurre una seduta secondo un approccio ben strutturato e cadenzato nei tempi, nei ritmi e nelle pause per garantire sostegno a un paziente spesso fragile e destrutturato, dall’altro si devono anche prevedere, come in un brano, tempi e possibilità di improvvisazione nel corso della seduta.

Vi attendo al prossimo numero di Moondosalute per concludere questo nostro percorso intrattenendovi sul ruolo antalgico della Musicoterapia.






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