13 Grandi Medici: B. Eustachio quello della tromba

Grandi Medici: B. Eustachio quello della tromba

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Bartolomeo Eustachio nasce a S. Severino, la romana Settempeda, nella marca anconetana. In questa città ancora oggi si arriva, percorrendo la via Septempedana che conserva il nome latino. La strada è un diverticolo della via Flaminia, che inizia all’altezza di Nocera Umbra, da dove sorpassando il crinale appenninico di passo Cornello, scende sino alla valle del Potenza dove sorge S. Severino. 

Casa natale di Eustachio a S. Severino

La data della nascita non è certa, si pensa debba collocarsi tra il 1500 e il 1510.
Come vedremo poi la Via Settempedana, Nocera umbra, S. Severino disegnano una geografia e una storia che riassume il ciclo vitale del Nostro.
Il padre, Mariano Eustachi, con pretese nobiliari che erano già dell’antenato Baldo, fu letterato e filosofo, prima di dedicarsi alla Medicina come fu anche per i due figli Bartolomeo e Fabrizio. E, come questi, fu anche versato nelle lingue e in particolare il greco, che utilizzò in un suo lavoro sull’opera di Eroziano.
Si faceva forte anche della fama raggiunta da alcuni concittadini illustri: Severino Buccarati, rettore a Padova, Giambattista Aloisi che lì insegnava etica e l’esempio di questi ed altri lo spinsero a dedicarsi agli studi, e ad educare i figli allo studio e alla nobiltà dei comportamenti.

Bartolomeo dopo un periodo di vita ed attività in comune con il fratello Fabrizio con cui aveva vissuto in comunione di beni, si separò da lui e quindi prese moglie e dal matrimonio nacque il figlio Ferdinando che insegnò Medicina a Macerata e poi alla Sapienza di Roma.
Dunque la famiglia Eustachi dette 4 medici: Mariano, Bartolomeo, Fabrizio, Ferdinando.
La città di S. Severino ad un certo punto nominò Bartolomeo medico della città con il titolo di fisico eccellentissimo.                                                                                                                            In seguito alla fama raggiunta fu chiamato da Guidobaldo dei conti d’Urbino a diventare suo medico personale e protomedico di tutto lo stato, così abbandonò S. Severino e si trasferì ad Urbino.
Qui il suo ingegno trovò un terreno adatto perché presso la corte dei Montefeltro e poi dei Della Rovere lavoravano i più grandi intellettuali dell’epoca.

Così il nostro si dedicò accanto alla medicina ed agli studi anatomici, di cui cominciò a divenire un appassionato cultore, alla matematica e alle lingue, in particolare l’ebraico e l’arabo, da essere annoverato tra i più grandi del tempo, come risulta dagli attestati di stima che ricevette. Basti ricordare per tutti, Amato Lusitano medico ad Ancona che avendo desiderio di consultare un testo di Avicenna tradotto in latino dall’arabo, si rivolse ad Eustachio perché l’unico in grado di portare a termine quella traduzione.
Per tutto questo il nostro era conteso nelle corti di mezza Italia, e fu così che quando Giulio della Rovere fratello del duca Guidobaldo fu investito da papa Paolo III della porpora cardinalizia volle, trasferendosi a Roma, portare con sé Eustachio.
Al suo arrivo ebbe da combattere con la fama d’alcuni grandi medici che lo avevano preceduto e con quelli che al momento dominavano le istituzioni della città: l’umbro Ippolito Salviani di Città di Castello che era stato medico di Giulio III, il marchigiano Francesco Antracini di Macerata, medico di Gregorio XIII, Giustiniano Finetti da Monte Lupone protomedico generale nel 1555, Fabio Amico anch’egli protomedico nel 1569, Stefano Cerasio protomedico nel 1557, Girolamo Rossi medico di Clemente VIII e molti altri.

Lo precedeva una fama consolidata, ma soprattutto fu lo studio dell’anatomia praticata su cadaveri dell’ospedale S. Spirito che fu molto apprezzata dal mondo medico romano tanto che fu chiamato nel 1562 a curare San Filippo Neri affetto da improvviso e grave malore nella chiesa di San Girolamo della Carità.

Successivamente fu dichiarato medico ordinario da S. Carlo Borromeo nipote di Pio IV.
Che poi i suoi studi anatomici fossero, allora in vita e dopo, apprezzati grandemente n’è testimonianza l’opera del Lancisi, e le lettere a questi inviate dal Morgagni che ne loda il valore. Dove dice che se oltre il coltello avesse avuto il microscopio, Eustachi sarebbe diventato la massima autorità medica nel mondo.

E anche il Riolano ebbe parole di gran considerazione e così si esprime: “Bartolomeo Eustachio anatomico romano pubblicò pregiatissime tavole di anatomia che superarono di gran lunga il lavoro del Vesalio e del Falloppio”.
Le tavole erano quarantacinque o quarantasei come riporta il figlio Ferdinando dopo la morte del padre e come risulta dagli atti notarili del 1574 presso il notaio Curzio Saccoccia de Sanctis. Monsignor Giovanmaria Lancisi fu il primo a pubblicarle e completarle con sue annotazioni e c’informa che Eustachio le aveva intagliate nel 1552 com’è riportato nella sua operetta sull’anatomia dei reni.

Ne consegue che l’Anatomia pubblicata da Realdo Colombo nel 1555, e le Osservazioni Anatomiche pubblicate da Gabriele Falloppio nel 1557 come risulta da lettere dedicatorie al Papa e al lettore, sono opere successive al lavoro di Eustachi.
Dunque tutti i riferimenti, le tavole, eccetera vanno attribuite ad Eustachio non solo come pubblicazione ma anche come scoperta anatomica. Che è anche la convinzione del grande Morgagni.
E Giovanni Fantoni ebbe a scrivere a Monsignor Lancisi che aveva avuto tra le mani il libro di Eustachi, del quale le tavole erano illustrazioni, il cui titolo era sugli argomenti e le dispute anatomiche, ma che poi il libro era andato perduto ed erano rimaste solo le tavole. Di queste ne sono rimaste quarantasette, comprese le otto piccole sui reni.

Da quanto lasciato scritto in alcuni appunti da Eustachio si può supporre che si trattasse di 54 tavole che illustravano un testo che riguardava tutta l’anatomia. Forse tra le mancanti sarà stata quella che illustrava la vena alba ora conosciuta con il nome di dotto toracico che si ritiene scoperta per la prima volta da Eustachio com’ebbe ad affermare Isbrand Van Diemerbroek. Ora di tutto questo gran lavoro, dopo centocinquanta anni a cura di monsignor Lancisi ne furono trovate trentotto ad Urbino e pubblicate a Roma nel 1714 con il titolo: “Tavole anatomiche dell’illustrissimo Bartolomeo Eustachi, le quali liberate finalmente dalle tenebre e ricevute in dono dalla generosità del Pontefice Massimo Clemente XI, J.M. Lancisius, intimo Cubicularius e Arcimedico pontificio arricchì con una Prefazione e delle note, e pubblicò nello stesso giorno della dedica della sua biblioteca”.

L’Opera di Lancisi

A riprova dell’entusiasmo con il quale Lancisi aveva raccolto le tavole anatomiche e curato l’edizione del libro che le raccoglieva, si legga la seguente lettera che scrisse al vescovo di San Severino: “mi conviene incomodare v.s. illustrissima anco con la suprema permissione di n.s. che in un affare di somma premura , mi permette di ricorrere alla di Lei savia destrezza. Centocinquanta anni sono morì in Roma un celebre medico ed anatomico di nome Bartolomeo Eustachi , il quale avendo stampato un opera specialmente dei reni con plauso universale , che ancora gli dura , anzi tuttavia gli è andata sempre più crescendo, ci lasciò scritto di avere in ordine quarantasei tavole intagliate in Roma con diverse figure anatomiche, le quali, prevenuto dalla morte, non poté dare alla luce; onde sono restate sepolte , e compiante per tutto questo tempo anche dai più famosi scrittori della nostra età: finalmente notificatosi da me a sua Santità, che un certo medico Pini urbinate, allievo del predetto Eustachio in un suo esponeva di essergli restate in mano dopo la morte del suo maestro le suddette tavole per darle al pubblico ; ma che egli ancora premorì alla esecuzione della sua volontà. Sua beatitudine dunque con la sublime sua mente pensò subito le stesse tavole potere essere rimaste appresso gli eredi del Pini, come appunto era seguito: poiché fattesi le dovute ricerche in casa dei signori Rossi (la cui madre era l’unica signora rimasta della famiglia Pini) sono state rinvenute; e sua Santità si è poi degnata di donarle alla mia pubblica libreria. Queste tavole però, siccome riescono bellissime in ordine alla finezza dell’intaglio, così si rimangono senz’anima, non avendo le corrispondenti spiegazioni, che l’autore medesimo asserisce di aver fatto col titolo De diffentionibus, et controversiis anatomicis. In questo stato di cose, dunque io ricorro all’aiuto di v.s. illustrissima; poiché intitolandosi il predetto Eustachio sanctoseverinatis mi è caduto nel pensiero , che possono costì trovarsi i suoi eredi , o per parte di uomini , o di donne di questa famiglia, e che perciò fra le antiche scritture della medesima vi sia qualche manoscritto appartenente alle opere anatomiche del celebre loro antecessore: e quando mai si trovasse , quelle cadrebbe a guisa di chiara luce per avventura sopra i luoghi oscuri delle tavole già rinvenute. Imploro pertanto la singolare bontà e diligenza di v.s. illustrissima non solo a favor mio : ma molto più in vantaggio della repubblica letteraria, e per accrescimento della gloria al pontificato di n.s. e perché in simili cose basta mittere sapientem , io lascio di aggiungere altre espressioni., bastandomi di fare quest’ultima , che io sono e sarò sempre bramoso dei comandamenti di v.s illustrissima e reverendissima, a cui faccio umilissima riverenza. Di v.s. illustrissima e reverendissima, Roma li 8 settembre 1713 – Divotiss. Obbligatiss servo vero”.

In un’altra lettera del medesimo Lancisi al predetto vescovo si fa richiesta di ricercare le lettere del monsignor Morgagni al Nostro dalle quali si possano avere ulteriori notizie sulle tavole perdute e la richiesta è resa più autorevole con la dichiarazione che Sua Santità personalmente ha incaricato il Lancisi.
A questo punto noi riteniamo che più importante di riportare quanto è stato fatto nella ricerca di eventuali tavole mancanti , sia illustrare il favore che Eustachio ha goduto nel mondo scientifico a lui contemporaneo e al successivo.
Riportiamo quanto ebbero a scrivere del Nostro i medici della facoltà di Lipsia: “Tra tutto ciò che decanta la gloria immortale di Eustachio, basti riferire soltanto poche cose al di là delle altre delle quali fu Eustachio l’inventore o per lo meno il delineatore sia i suoi Opuscola Anatomica sia le presenti tavole parlano apertamente; nonostante alcuni inventori di altre cose successivamente abbiano provato ad attribuirsele”.

E a riprova della gloria che la pubblicazione delle tavole ebbe dopo la prima stampa del 1714, che la mise a disposizione accanto al secondo tomo del teatro anatomico per lo studio e le lezioni dei lettori stranieri che non avrebbero avuto in tempo utile l’edizione romana.
E pochi anni dopo ci fu una nuova stampa a Roma ad opera di Rocco Bernabò.
E dopo un certo lasso di tempo una nuova edizione ad opera di Gaetano Petrioli, dottore romano e cerusico del re di Sardegna, grande cultore di anatomia e già autore di un brogliaccio dal titolo di “dubbi anatomici” nel quale tratta di vari argomenti tra cui le osservazione di monsignor Wislau circa la tavola 25 del trattato del Lancisi sul lavoro di Eustachio.

Dunque la notorietà di Eustachio a Roma lo portò a diventare non solo protomedico, ma anche professore di anatomia per la quale disciplina gli fu assegnata una cattedra alla Sapienza nel 1561 e prima di quella data era già lettore alla Sapienza.
Tanta la sua autorità che quando dovette lasciare l’incarico per l’età e altri accidenti, la stessa fu assegnata al suo discepolo e concittadino Virgilio di San Severino.
Tutti questi onori sollevarono inevitabilmente l’invidia e la malevolenza di colleghi e gli atti che questi posero in essere furono talmente infami a fronte della moderazione dell’Eustachio che ne dà testimonianza anche il Boerhaave.

E il nostro rispondeva alle critiche con estrema moderazione, rispondendo che era pronto a modificare quanto da lui scritto e sostenuto in vario modo, se i critici gli avessero indicato i punti contestati.                                                                                                                            Così ad un uomo di tal fatta occorse di dover resistere alle critiche di professori di anatomia e medicina, confidando che ci sarebbe stato un tempo in cui la verità dei suoi studi sarebbe venuta alla luce e sono sue parole: “spero non mancheranno giudici equi che mi si offrano“. Ed è quello che è accaduto, e incredibilmente dopo un secolo e mezzo si è vista rifiorire la fama di Eustachio, che i suoi contemporanei avevano cercato di negare. Con sentimenti di modestia aveva così scritto a Fabio l’amico medico e filosofo: “E infatti ti mostri preoccupato quanto al mio onore e soprattutto alla mia dignità, e mostri che tu soffri ardentemente per questo e sei commosso , poiché temi che io cada nel biasimo della gente, mentre molti tra i medici della Città certamente sono abbastanza costanti nelle maldicenze su di me, ma fino ad ora sostieni che vaghino senza autore :poiché di certo mentre espongo nel pubblico ginnasio il libro sulle ossa , non arrossisco nel difendere le opinioni contro la verità di Galeno, e allo stesso tempo mi sforzo di portare alla mia opinione i giovani facili a credere con alcune argomentazioni molto leggere ecc., non voglio combattere in cose apertamente esulcerate coi malevoli e gli invidiosi. Io infatti, dopo aver considerato attentamente le cose che erano state dette da me nel ginnasio, feci una grande riflessione e di tutte le mie opinioni, nessuno inganno o errore ciò fu biasimato in queste, come ugualmente affermano i più dotti che erano presenti”.    
I suoi nemici tentarono di screditarlo nella grazia del cardinale Borromeo il nipote di Pio IV, definendo segno di superbia e disprezzo la rinuncia che Eustachio aveva fatto della cattedra alla Sapienza.                                                                                                                            Ma il cardinale non si lasciò condizionare, anche dietro le parole del datario pontificio monsignor Francesco Alciati che smascherò le trame ordite contro il nostro. E l’Eustachio si ricordò della cosa dedicandogli in data 12 ottobre 1562 il libro de Auditis Organis.
L’innocenza dell’Eustachio era talmente evidente e la sua fama così consolidata che le calunnie non poterono scalfirlo più di tanto anche considerando la sua disponibilità a correggere i suoi errori quando gli venissero dimostrati come nella dedicatoria del suo libro de vena azygo ad Antonio Barbiero nella quale lo invita a correggere errori. E contro coloro che condannavano la non osservanza degli insegnamenti di Galeno lui affermava che quando lo faceva era solo dopo attento studio e si levava a difenderlo quando qualcuno liquidava quegli insegnamenti con troppa fretta. Come dice nel suo libro de motu capitis. Dunque nonostante i contrasti, e la salute che cominciava ad abbandonarlo il suo lavoro rimase indefesso e ne sono testimonianza i libri che continuò a produrre: nel 1563 con le stampe di Venezia il trattato de dentibus,

Il trattato sull’Apparato Dentario

nel 1564 dai torchi di Vincenzo Lucchino uscirono: “il de rerum structura,officio, & administrazione e successivamente e nel breve volgere di pochi anni: il de auditus organis, l’examen ossium, il de motum capitis, il de vena azygos ac de humor ariae venae propagine, quae in fluxu brachii venam communem profundam producit“.
Questa produzione è ricordata da Giorgio Scenchio e Pasquale Gallo e fu ritrovata anni dopo con a latere le annotazioni del Pini, nobile urbinate e allievo dell’Eustachio.
Nel 1566 fu stampato a Venezia ad opera di Lucantonio Giunta un altro libro dell’Eustachio che era una raccolta di lavori di Ippocrate, Galeno ed altri autori antichi da lui commentate. Nello specifico il nostro scrive: “Invero darò alle stampe un giorno prossimo abbondanti commentari , nei quali ho redatto insieme tutta la dizione di Ippocrate , sia spiegata qua e là da Galeno, sia frequentemente da altri autori“.
Infine nello stesso anno 1566 con i tipi sempre del Giunta pubblicò il trattato De Moltitudine che probabilmente era una raccolta di scritti vari sempre di materia anatomica con il seguente titolo: “Erotiani greci scriptores vetustissimi vocum, quae apud Hippocratem sunt colletio cum annotationibus Bartholomaei Eustachii” che il nostro dedicò al cardinale Giulio della Rovere per le molte obbligazioni che lui si sentiva nei confronti di quello.
In questo libro l’Eustachio dichiara di aver raccolto le annotazioni che si trovano nei libri di Ippocrate, Galeno, e altri autori antichi e di averle egli commentate.
Finalmente nello stesso anno 1566 sempre per i tipi del Giunta pubblicò Il trattato De moltitudine nel quale faceva riferimento ad altre numerose opere di anatomia degli antichi in suo possesso.

Ad attestare la copiosità della produzione del Nostro è l’inventario dell’eredità che comprendeva un gran numero di manoscritti che riempivano un cassone di vestiti, più altri accatastati ovunque nello studio. Come attesta il Pini al quale si deve anche l’indice delle opere di Ippocrate su influenza dello stesso Eustachio come dichiara nell’opera edita a Venezia nel 1597 per i tipi di Roberto Mainetto.
E a questo punto della vita del Nostro che accade il fatto che lo condurrà a morte.
Il cardinale Giulio della Rovere era stato colto da infermità mentre si recava nella sua Urbino.

I suoi servitori che lo accompagnavano insieme ad altri dignitari nel viaggio sulla Flaminia decisero di fermarsi a Forum Semproni l’attuale Fossombrone nella marca anconetana, per una sosta che consentisse al cardinale di riprendere le forze e proseguire nel viaggio verso Urbino non lontano da lì. Però prima di tutto fu mandato un messaggero a Roma che doveva portare ad Eustachio la richiesta pressante di raggiungere immediatamente Fossombrone. Eustachio avuta la missiva per l’affetto e la riconoscenza che aveva nei confronti del suo protettore decise di partire trascurando il peso dei suoi anni e i disagi del viaggio in quella calda estate. Ma per la stanchezza del viaggio, per la calura di quei giorni, per il risvegliarsi dei sintomi di una salute compromessa, con i quali combatteva da tempo, morì lungo la strada in un luogo imprecisato sulla consolare Flaminia in Umbria, in un tratto che va individuato tra la città di Nocera Umbra e la località di Fossato di Vico. Era il 27 agosto del 1574.
Ne abbiamo testimonianza da Girolamo Rossi di Ravenna che nel 1581 scriveva: “Magari vivesse ora quell’uomo illustrissimo , medico eccellente, Bartolomeo Eustachi di San Severino, a me amico con grande benevolenza, il quale, con grande danno per la medicina, negli anni precedenti, tutto contratto per l’artrite, poiché doveva curare Giulio della Rovere, grande cardinale urbinate, nostro arcivescovo, del quale egli stesso si occupava che richiedeva un medico, tutto contratto per l’artrite morì sulla strada da Roma a Fossombrone…”.
Particolare dolore manifestò il Pini che lo celebrò con parole di grande stima e affetto, quando dette alle stampe l’indice delle opere del nostro: “finché visse mai fu abbastanza lodato il filosofo e medico eccellente, mio precettore, per consiglio ed esortazione del quale non ho mai voluto la forza di portare a termine questo Indice di tutti gli scritti che restano di Ippocrate, specialmente quando, a quei tempi, il mio amatissimo precettore, con somma sventura per la medicina morì; da questo successe che io privato di un così grande signore, di un così grande maestro, quasi dimenticandomi di me stesso abbandonai completamente ogni studio”.

Illustrazione del condotto faringo-timpanico conosciuto come Tromba di Eustachio

I medici del collegio di Roma tributarono al collega le celebrazioni di rito.
Così finì la vita di Bartolomeo Eustachio che il Nostro sentiva di non scansare a lungo se il mese di luglio di quell’anno aveva fatto testamento presso il notaio Curzio Saccoccia De Sanctis. In questo testamento si confermò che era nato a S. Severino nelle Marche, nominò suo successore il figlio legittimo Ferdinando che probabilmente non aveva figli e dunque lasciò i suoi averi ai figlioli delle quattro sorelle, ai pronipoti di Michelina Eustachi già maritata nella nobile famiglia Ardizi di Pesaro ed infine a Pier Matteo Pini. Nominò esecutori testamentari il cardinale di Urbino e lo stesso Pini. Al Pini lasciò tutti i suoi libri, latini, greci ed ebraici, argenti, una somma di denaro e soprattutto i suoi scritti e i disegni con le tavole anatomiche intagliate su rame.
Al cardinale una coppa d’argento indorata e volle che il suo corpo fosse avvolto in un lenzuolo e sepolto nella chiesa più vicina al luogo della morte “avendo amato sempre lo stato umile e fuggita l’apparenza”. Dopo la sua morte crebbe la fama e i suoi libri furono presto esauriti tanto che il Lucchini fu costretto ad una ristampa già nel 1574 e quindi nel 1577 e di nuovo nel 1653. Successivamente il famoso Boerhaave ne ordinò un’altra ristampa a Leyda nel 1707 per la qual cosa ebbe pubblico encomio da parte degli eruditi di Lipsia che sottolinearono l’importanza di Eustachio da annoverare tra i grandi ingegni d’Italia insieme a Falloppio, Caffiero, Colombo, Acquapendente e alcuni altri. Ma oltre a Boerhaave, altri illustri studiosi declamarono lodi al Nostro: Riolano, Giorgio Schenchio, Isbrando de Diemerbrteck e infiniti altri che lo definirono anatomico sommo, e il suo nome da porre accanto ai grandi del passato: Vesalio, Ippocrate e Galeno.






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