Il ritorno del Covid

Non è il momento peggiore della tragica epopea Covid, ma è certamente il più triste. Credevamo di esserci lasciati alle spalle i tanti infetti, la paura, i tanti morti, i tantissimi dolori. Credevamo di avere ritrovato la serenità, la fiducia, la gioia di vivere. Speravamo che fosse finito l’isolamento sociale, la diffidenza del vicino, dell’amico, addirittura dei parenti. Molti avevano ritrovato il lavoro, la fonte di reddito, la convivenza sociale, soprattutto la speranza di un futuro se non migliore di prima, almeno simile o uguale a quello che abbiamo lasciato quando il virus si era impossessato delle nostre vite.

Pensavamo che i bollettini di guerra fossero un vago ricordo della triste primavera alle nostre spalle e con essi la spasmodica attesa e le tristi notizie quotidiane. Con l’estate ai più era ritornato il sorriso: mascherine dismesse, vacanze prudenti, ma felici come prima a godere del mare azzurro, del ritorno alle famiglie lontane, della libertà quasi dimenticata, dei viaggi in autostrada o sui treni, ma purtroppo anche di qualche festa sguaiata foriera di sciagure.

Ed invece dal mese di settembre stiamo assistendo al ritorno del virus. In parte ce lo siamo meritato. Tanti, troppi non hanno avuto rispetto di se stessi e degli altri. Ma che bisogno c’era di andare in Grecia o in Spagna quando di mare, di Mediterraneo, ne abbiamo tanto e tanto in Italia? E che bisogno c’era di andare a riempire oltre misura le discoteche sarde ove purtroppo i padroni hanno pensato ad altro che non alla salute!

Ottobre ha portato numeri importanti di persone infette anche se in gran parte asintomatiche, scoperte attraverso una quantità straordinaria di tamponi superiore a 100.000 al giorno. Il Servizio Sanitario Nazionale ha funzionato anzi funziona, prodigandosi oltre ogni limite ed offre rimedi, ma prevenzione e cura sono ancora da venire.

Il vaccino, uno o più di uno, debitamente testato con verifica di innocuità ed efficacia, arriverà a primavera: anche se più di uno è già realizzato ci vorranno ancora almeno sei mesi per le quattro fasi di sperimentazione, prima di diventare di uso corrente. I russi hanno fatto lo scoop anche con la figlia del capo, addirittura prima dell’estate, poi hanno dovuto ripiegare e hanno spiegato che la sperimentazione è in corso e siccome non hanno trovato nel loro Paese un numero adeguato di volontari, hanno dovuto ricorrere a volontari venezuelani, Paese ancora loro satellite, dove la scelta per molti è tra morire di fame e rischiare di morire per qualche dollaro ed un pezzo di pane, facendo da cavie ai padroni russi!

La nostra Italia, soprattutto il Nord, è stata la scorsa primavera un vero campo di battaglia con diffusione di malattia e mortalità superiore a tutto il resto d’Europa e non solo, poi con l’estate siamo passatiti in coda e invece, malauguratamente per loro,  Francia, Inghilterra, Spagna hanno fatto il percorso inverso. A fine estate mentre dilagava la pandemia oltre oceano, specie negli Stati Uniti e in Brasile, abbiamo assistito con perplessità al ritorno del virus in Europa, soprattutto in Francia, ma anche in Inghilterra in Spagna e nei Paesi Bassi. Purtroppo le nostre speranze italiane di averla fatta franca sono durate poco: l’ottobre ci sta riportando sopra i 7000 nuovi casi al giorno, con continua crescita, partecipando al totale Ue di contagi superiore a 100.000 al giorno.

I nostri ospedali Covid e le nostre rianimazioni che si erano svuotate si stanno riempiendo di nuovo. Il governo predica prudenza e fiducia: i nuovi  Dpcm  imporranno altri vincoli e non potrebbe essere altrimenti. Eppure assistiamo a manifestazioni di protesta no mask. Devono essere quegli stessi che hanno passato l’estate al Billionaire, hanno avuto la fortuna di non infettarsi ed hanno dimenticato i loro compagni meno fortunati, alcuni dei quali addirittura riposano in pace.

Chi produce comportamenti così dissennati? L’incoscienza dei giovani? Un male inteso desiderio egoistico di libertà personale? O non purtroppo la speculazione politica antigovernativa che non si arresta neppure davanti alla sofferenza e alla morte e che con cattivi maestri strumentalizza gli spiriti meno autonomi e più plagiabili?

All’epoca dell’AIDS che mieteva tante vittime abbiamo assistito a casi clamorosi di persone, specie di sesso maschile, che volontariamente hanno infettato più partners prima di finire in carcere! Ci saranno untori volontari anche adesso per il Covid? All’epoca la protezione era il profilattico, oggi è la mascherina: che vuol dire allora non volerla usare?

Quella dei cattivi maestri è una storia vecchia come il mondo che ai nostri giorni vive il suo momento più visibile nelle scuole coraniche dove crescono estremisti che poi arrivano addirittura a sacrificare la propria vita con gioia! A tutti costoro, maestri e allievi, delinquenti, untori, estremisti, terroristi, eccetera, bisognerebbe riuscire a spiegare che non c’è libertà individuale senza libertà collettiva, senza rispetto degli altri, senza un’etica condivisa. Ai nomask, se proprio usare la mascherina in strada sembra loro intollerabile, si potrebbe consigliare di andare a passeggiare in campagna nel verde dei prati dove si incontrano insetti, uccelli, qualche animale refrattario al virus e dove si respira aria pura, senza anidride carbonica, ma anche senza polveri sottili, o anche ricordare loro che nessuna restrizione viene prescritta nella loro vita domestica ma che in tal caso verso figli e nipoti innocenti sarebbe bene avessero se non protezione e amore, almeno rispetto.

Viviamo in un Paese di civiltà avanzata, di cultura per lo più elevata e diffusa, di economia in crisi ma pur sempre in grado di assicurare livelli minimi di esistenza e sopravvivenza, nel quale quindi prevenzione e protezione sono possibili: bisogna approfittarne  e certamente la grande maggioranza della popolazione, la cosiddetta maggioranza silenziosa, lo farà, al di là delle sconclusionate manifestazioni di una minoranza chiassosa ed illogica.

Altri Paesi come Stati Uniti, India, Brasile, Russia, eccetera vivono situazioni drammatiche anche legate a condizioni culturali, economiche ed organizzative diverse dalle nostre.  Ma lì come qui, come ovunque nel Pianeta bisognerà imparare a convivere con il virus come è già successo con altre pandemie virali, dall’epatite all’AIDS. Convivere significa limitare la diffusione, gestire la malattia, continuare la vita normale ossia familiare lavorativa e produttiva a livelli positivi, nel rispetto della comunità, in attesa di tempi migliori che certamente verranno.

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