6 COVID: la voce delle ASL. Viterbo, Daniela Donetti, D.G.

COVID: la voce delle ASL. Viterbo, Daniela Donetti, D.G.

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La Asl di Viterbo coincide col territorio della provincia viterbese e perciò assiste 320.000 abitanti, dei quali oltre 67.000 residenti nella città capoluogo. Nella prima ondata del COVID, quella primaverile, da marzo a giugno, la ASL aveva registrato complessivamente  il minor numero di  positivi e di  morti tra le ASL della Regione Lazio. In alcuni giorni di luglio non vi erano stati registrati nuovi contagi rappresentando un record in Italia. Con la seconda ondata anche Viterbo è stata investita dal virus in maniera più violenta, ma non travolta.

Daniela  Donetti dirige dal 2013 la Asl di Viterbo, prima come Direttore Amministrativo, poi da Direttore Generale. Si è laureata a Parma in Economia poi ha fatto un Master a Lucca, un Corso alla Bocconi di Milano ed un altro nella Scuola della Pubblica Amministrazione di Perugia. Nel 2000 il salto nelle Asl: prima Terni, poi Foligno, poi Roma San Camillo. Una lunga esperienza nel controllo di gestione ossia nel cuore del sistema. Infine Viterbo ora da Direttore Generale.

L’emergenza Coronavirus, che la popolazione mondiale vive ormai da più di un anno, genera ancora grande confusione tra la popolazione. In una società, quella viterbese, che vive di “abitudini” che nei secoli si sono consolidate è molto difficile gestire una pandemia che impone regole ferree, se pur semplici, per lungo tempo e un distanziamento sociale al quale non eravamo sicuramente preparati.

A peggiorare, se possibile, la situazione tutta la “comunicazione polemica” che proviene da diversi canali mediatici, spesso rilasciata da “virologi improvvisati” o da incompetenti in materia sanitaria in cerca di popolarità. Ben diverso invece è il lavoro che da quasi un anno ormai tutta la comunità scientifica sta portando avanti, con grossi sacrifici purtroppo anche in termini di vite umane, per riuscire a portare il mondo fuori dal tunnel dell’emergenza contenendo il numero delle vittime da Covid-19.

Una battaglia, trasformatasi con la seconda impennata in una vera e propria guerra, in cui il nemico invisibile sta ancora una volta avanzando e la comunità scientifica combattendo con nuove armi. Medici e infermieri degli Ospedali e del Territorio, operatori sanitari del 118, ma anche personale amministrativo e dirigenti si sono trovati a fronteggiare situazioni di portata non comune per poter garantire un’adeguata assistenza ai pazienti, una continuità negli screening, la disponibilità dei dispositivi di protezione e un’intera riorganizzazione della macchina sanitaria che consenta di contare sempre meno vittime e più guarigioni. Le difficoltà di gestire un’emergenza di livello globale, le risorse necessarie al rapido raggiungimento di importanti obbiettivi e le preoccupazioni legate al futuro  le racconta il Direttore Generale della Asl di Viterbo Daniela Donetti nella seguente intervista.

Dottoressa Donetti come la Asl ha gestito l’emergenza nella Provincia di Viterbo?

La zona di Viterbo era già stata colpita durante la prima ondata. La Pandemia è ciclica, legata anche sicuramente alla circolazione o meno delle persone, e se nella prima fase siamo stati colpiti nella parte Nord, con la seconda ondata la zona Sud della provincia ha avuto la peggio. Per combattere gli effetti della diffusione abbiamo immediatamente attivato una collaborazione, molto produttiva, con i Sindaci del territorio. Abbiamo quindi iniziato a emettere un bollettino quotidiano, comunicato poi dai rispettivi Amministratori alla popolazione, e inoltre abbiamo attivato un tavolo di confronto con frequenza settimanale tra Asl e Primi Cittadini. Attraverso l’emanazione di ordinanze e l’applicazione dei DPCM ministeriali i Sindaci hanno poi esercitato un’azione efficacie sul territorio e questo ha consentito un’inversione di tendenza. Le misure di prevenzione in realtà sono molto semplici: distanziamento sociale, uso dei dispositivi di protezione, cioè della mascherina, e la frequente pulizia delle mani. Speriamo che ci sia più attenzione a livello nazionale. Naturalmente l’andare incontro al periodo delle festività non aiuta a operare il distanziamento sociale e i dati purtroppo, non tanto nella nostra Provincia, ma nel resto d’Italia, sono abbastanza pesanti. Dopo mesi di attenzione le persone iniziano a faticare ad attenersi alle misure di prevenzione e siamo molto preoccupati di dover affrontare un’ulteriore impennata dei casi di Covid -19.

Qualcuno ipotizza una terza e addirittura una quarta ondata. Lei cosa ne pensa?

Purtroppo confermo, le previsioni sono proprio queste. Sono questi i motivi che ci portano a fare appello alla responsabilità di tutti affinché festeggino Natale e le altre festività in modo molto attento.

Cosa è cambiato nella gestione della pandemia tra la prima e la seconda impennata?

Sono stati due modelli di gestione differenti. Sostanzialmente quello che è cambiato tra la fase di marzo e quella successiva all’estate è la condizione sociale. A marzo abbiamo gestito l’emergenza in una situazione di lockdown: quindi tutta la gestione avveniva presso il domicilio di chi manifestava sintomi compatibili con la malattia e questo ci permetteva anche di circoscrivere sostanzialmente gli ambiti della pandemia all’interno dei domicili dei pazienti. In questo caso la difficoltà era legata alla scarsa conoscenza del virus e dell’evoluzione della malattia, non tanto alla pandemia in sé e per sé perché il lockdown è stato di grande aiuto.

D’altro canto abbiamo parallelamente dovuto riorganizzare velocemente la struttura ospedaliera, adeguarla alle nuove esigenze. In particolare abbiamo dovuto creare nuovi posti in terapia intensiva e sub intensiva, il tutto in tempi rapidissimi rispetto agli standard. Un altro problema che ci ha reso più difficile la gestione è sicuramente stata la scarsissima disponibilità a livello internazionale di dispositivi di protezione e di attrezzature tecnologiche necessarie all’adeguamento della struttura. Una volta organizzata, con grande fatica, la struttura ospedaliera ci siamo dedicati alla risistemazione dei TOC (Team operativo coronavirus) cioè il personale direttamente coinvolto nella gestione della quarantena e le equipe di tamponatori. In quel momento agivamo in un contesto sociale in cui le persone erano molto spaventate e seguivano le misure in maniera più scrupolosa e il personale sanitario era visto come un punto di riferimento.

Questa seconda fase è ben più complicata, principalmente per la mutata condizione sociale. Non c’è stato un vero lockdown, ma piuttosto misure che hanno significativamente ridotto la mobilità delle persone, per questo motivo mentre nella prima fase i contatti con un positivo potevano essere classificati in un rapporto da 1 a 5 oggi il rapporto è di 1 a 20. Questo ha comportato la necessità di potenziare le unità operative Coronavirus e di differenziare i Team creandone di specifici per la gestione dei protocolli nelle aziende, nelle scuole o nella pubblica amministrazione. Abbiamo poi attivato tre Uscovid, il servizio multi professionale e multidisciplinare a domicilio che consente di seguire l’evoluzione del paziente che manifesta sintomi importanti nel decorso a seguito del contagio.

In questa seconda fase abbiamo ulteriormente potenziato la rete ospedaliera e siamo quindi passati da 44 posti letto dedicati nella prima fase a 185 nella seconda. I numeri raccontano proprio quanto questa seconda fase sia stata più impegnativa rispetto alla prima, sicuramente però in questi difficili momenti ci ha aiutato l’esperienza acquisita nella prima fase. Avere un approccio competente alla malattia ci ha consentito di trovarci meno impreparati, soprattutto dal punto di vista psicologico. Il modello sociale ha cambiato fortemente il modello organizzativo soprattutto per quanto concerne il controllo del territorio, in sostanza è come se avessimo avuto a che fare con un altro tipo di virus.

Secondo lei ci sono stati errori di comunicazione sull’emergenza sanitaria che ci ha toccati così da vicino?

L’informazione che le Aziende sanitarie forniscono alla popolazione è molto professionale e asettica: ci limitiamo a comunicare il bollettino quotidiano e le fasi di progettazione. I nostri infettivologi rilasciano dichiarazioni tecniche utili alla cittadinanza per comprendere le caratteristiche del virus e come proteggersi. Rimaniamo comunque nell’ambito della comunicazione di servizio. A livello nazionale molti si sono forse improvvisati competenti e sicuramente hanno generato conflitto nei cittadini. Intorno a questa epidemia sarebbe bene ci fosse una comunicazione molto tecnica perché tutti hanno diritto di essere correttamente informati. Mi dispiace vedere,come succede spesso, la strumentalizzazione di una pandemia a scopi politici perché l’emergenza è un elemento che non dipende dall’operato di qualcuno, quindi la cosa fondamentale in queste circostanze è dare alle persone le giuste informazioni affinché possano proteggersi.

Siete già al lavoro per cercare di ammortizzare una eventuale terza impennata?

Sì, dobbiamo certamente prima di tutto trovare le energie perché attualmente stiamo lavorando su tre piani molto complessi: la gestione della nuova ondata, la vaccinazione Covid e portare avanti l’assistenza che comunque dobbiamo quotidianamente garantire. Inoltre, attività non meno importante, stiamo anche gestendo il piano di screening sulle scuole del territorio che vanno ad aggiungersi a tutte le normali attività amministrative.

Il suo ruolo di Direttore Generale è cambiato in qualche modo dopo il diffondersi dell’emergenza?

E’ cambiata la velocità con cui prendere le decisioni. Questa pandemia ci ha poi permesso  di scoprire che abbiamo risorse energetiche più elevate di quanto potessimo immaginare e che il lavoro di equipe è fondamentale. Siamo riusciti a riorganizzare tutta la struttura dell’azienda, e a modellarla sulle esigenze imposte dal virus, perché i miei collaboratori dopo anni di lavoro conoscono bene la loro competenza. Questo ci ha consentito di mettere a sistema il lavoro e quindi riorganizzare in brevissimo tempo tutta la macchina sanitaria. Ci siamo sentiti molto più solidali e vicini, devo ammettere che abbiamo creato un sistema sociale molto bello e vedo tutti lavorare in maniera attiva e coraggiosa per mettere a frutto tutta la professionalità di cui ognuno di noi è dotato.






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